Questo post è la rielaborazione di una discussione avuta in un gruppo Facebook di startuppers, depurata di informazioni personali di chi ci ha partecipato.


Io certamente non sono Paul Graham e non ne ho la autorità per pontificare su “come si fa”.

Però invece di PMI ne ho fatte purtroppo diverse e nonostante tutto 2 le ho anche vendute.

Però sul fatto che le startup non siano PMI e le PMI non siano startup, direi che DOVREMMO anche essere tutti d’accordo… Ma siccome non lo siamo, allora ho pensato di scriverci sopra due righe per riassumere il mio punto di vista.

PUNTO DI PARTENZA

Non qualsiasi azienda appena aperta è una startup.

Una pizzeria anche se ha appena aperto non è una startup, non nel senso che se ne da in questo tipo di mestiere che è quello della “innovazione”.

Uno dei punti portati avanti di chi “critica” il mondo delle startup è

“bisognerebbe fare più aziende normali che fatturano e non queste cose che innova innova e poi non vanno da nessuna parte”.

E su questo sono in parte d’accordo:

Sarebbe bello ci fossero più aziende “dritte” in questo paese.

Lo scopo iniziale della startup non è fatturare o fare utili, ma produrre INNOVAZIONE 

Una possibile definizione di startup infatti è quella di

“organizzazione volta a produrre e portare sul mercato innovazione”.

E’ una definizione che qualcuno ha già dato non ho inventato io, che trovo azzeccata, benché ce ne siano molte altre, fatte proprio con lo scopo di distinguere il mondo “startup” da quello “corporate”.

Se WhatsApp o Instagram avessero applicato questa “regola” di fatturare subito perché “l’economia aziendale” è importante, avrebbero fatto pagare un abbonamento al primo utente e nessuno si sarebbe iscritto mai…

O su questo qualche ha dei dubbi? Dico sul fatto nessuno dei primi 10-100-1000 utenti di WhatApp si sarebbe iscritto a pagamento?

Sul fatto che per esempio Google abbia iniziato a monetizzare dopo 4 anni dalla fondazione (al netto di qualche piccola revenue accessoria) dobbiamo essere d’accordo perché è un fatto, AdWords è stato introdotto quasi 4 anni dopo il lancio della prima versione.

E per altro è un buon esempio di qualcuno che alla partenza ed al primo round (Serie A) non aveva “la minima idea di come monetizzare” (cito un video famoso in cui il loro primo Angel racconta la storia).

Lo stesso si può dire per Facebook che ha sostanzialmente spento gli Ads per 4 anni dopo i primi test fallimentari…

Che erano test fallimentari perché non si può monetizzare prima che le dinamiche di utilizzo di un prodotto si siano cristallizzate a questo servono le beta per i Saas, i periodi “free for all” delle piattaforme e così via.

E’ anche importante non fare confusione fra le 2 categorie (Corporate VS Startup) perché le metriche di misurazione sono molto diverse, giustamente la PMI “normale” (che poi scali o no) deve avere al suo interno una sostenibilità finanziaria di un certo tipo (che poi la maggior parte non ha).

Ho avuto 2 società di servizi in passato e sono state tutte cashflow positive dal giorno 1, quindi su questo con me sfonda una porta aperta chi enfatizza il bisogno che le imprese facciano soldi.

Il vero problema quindi è la SOSTENIBILITA FINANZIARIA del progetto imprenditoriale e questo è vero sia per la PMI che per la “startup” così definita.

Il punto è che cambia radicalmente il punto di arrivo, e quindi tutto il percorso, vanno tutti dal notaio, ma da lì in poi le 2 strade sono completamente divergenti.

L’innovazione disruptive crea nuovi mercati, settori e regole, e nuovi modelli di business, e dunque è particolarmente difficile da “programmare” a livello finanziario.

Business plan, flussi di cassa, sarebbero completamente inventati, per questo si gioca con delle regole completamente diverse.

E per questo per l’investitore serio il timore è imbattersi in un imprenditore che vuole spingere una soluzione sul mercato senza aver fatto alcun percorso di validazione perché dato che i fattori “economici” sono per loro stessa natura “insondabili” e la profittabilità incerta, l’unico vincolo possibile è la DOMANDA.

Ovvero aver fabbricato e portato sul mercato qualcosa “che la gente vuole veramente”. Si dice in gergo “rischio di mercato” nullo e rischio di business elevato.

Il percorso di validazione ha proprio lo scopo di cercare di limitare il rischio “validando” (ovvero dimostrando) la bontà delle scelte fatte in termini di prodotto, mercato, marketing PRIMA di completare gli investimenti e lo sviluppo così che ad ogni step si sta riducendo il rischio di aver “inventato” qualcosa che poi sul mercato non ha spazio.

E questo per esempio è lo scopo primario degli acceleratori (come noi di 42) ovvero di velocizzare questo processo di sperimentazione e test.

Per cui generalizzando se si hanno riscontri totalmente negativi dal mercato degli investitori delle due:

1. Non hai davvero validato Customer/problem/Solution e allora prima di cercare investitori fai quello

2. Lo hai fatto ma non lo stai facendo trasparire quando approcci investitori

Con noi per esempio per interessarci funziona di più “ho 100 aziende che usano il mio tool” che non “ho questa visione per cambiare il mondo” per estremizzare (ovvio che la vision è importante).

VUOI SAPERNE DI PIU’?
>> Leggi tutti i dettagli della Call4Innovators <<